mercoledì 29 maggio 2013

In morte a Franca Rame


Mi chiedo dove siete oggi, bimbeminkia, che ieri vi strappavate i capelli per la scomparsa di Little Tony.
Rifletteteci su.
E nel frattempo andate anche un po' a cagare.

Da Il Fatto Quotidiano.it del 30 gennaio 2013

Franca Rame, Lettera d'amore a Dario

CHI È DI SCENA…
Sono nata nel 1929.
Quando ero piccola, sette, otto anni, mi veniva in testa un pensiero che mi esaltava: morire.
Quando morirò?
Com’è quando si muore?
Come mi vestirò da morta?
Forse mamma mi metterà quel bel vestito che m’ha cucito lei di taffetà lilla pallido orlato da un bordino di pizzo d’oro.
“Sembri un angelo! Quanto è bella la mia bimba che compie gli anni!” mi diceva.
A volte mi stendevo sul lettone di mamma: vestito, calze, scarpe, velo bianco in testa, una corona del rosario tra le mani poste sul petto (tutta roba della Cresima), felice come una pasqua aspettavo che qualcuno mi venisse a cercare e si spaventasse…scoppiando in singhiozzi. “E’ mortaaa! Franchina è mortaaaaa?!” E tutti a corrermi intorno piangendo… arrivavano i vicini, il prete e tutti rosariavano in coro.
Arrivasse un cane di un cane. Nessuno spuntava.
Nell’attesa mi addormentavo.
Al risveglio ero incazzata nera.
“La prossima volta vi faccio vedere io!” bisbigliavo minacciosa.
Poi mi sgridavo: “Cattiva, sei cattiva!!! Dare un dolore così grande alla tua mamma. Vergognati! Con tutti il bene che ti vuole…”
“Ascoltami Franchina… – mi diceva mamma – ci sono delle regole nella vita che vanno rispettate, ogni giorno: non poltrire nel letto, la prima cosa che devi fare, come apri gli occhi è sorridere. Perché? Perché porta bene. La seconda correre in bagno, lavarti con l’acqua tiepida, orecchie comprese, velocemente, vestirti. Far colazione e via di corsa a scuola. Salutare con un sorriso le persone che conosci, se aggiungi al sorriso un ciao-ciao con la manina è ancora più gentile. Non dare confidenza ai maschi. Tenerli a rispettosa distanza. Non accettare dolci o regali da nessuno…specie se uomini. Non parlare mai con gli estranei. Mi raccomando bimba, non prendere freddo, d’inverno sempre la cuffietta di lana all’uncinetto con i pom-pom rosa che ti ha regalato la zia Ida…gli stivaletti rossi di Pia (mia sorella maggiore) che non le entrano più. Ti voglio bene-bene-bene.” Lo ripeteva tre volte con ardore perché mi si inculcasse bene nel cervello. “Fai attenzione a tutto… come attraversi la strada…guai se vai sotto a una macchina. Ti rompi tutta…ricordati che ci ho messo nove mesi a farti!”
Me ne andavo felice…Un po’ soprappensiero per quei nove mesi di lavoro per la mia mamma a farmi. E’ stata impegnata per un bel po’ di tempo…tutti quei mesi!
La vedevo intenta a mettere insieme i pezzi.
Ma dove li prendeva?
Forse c’eran dei negozi nascosti che li vendevano: “Vorrei due gambette con i piedini, due braccine con le manine, un corpicino, la testolina no…ho una bellissima bambola lenci di quando ero piccola…ci metto quella. “Chiederò a mamma, quando sarò più grande che mi spieghi come ha fatto a confezionarmi.
Ora siamo nel 2013. Da allora sono passati molti anni. Sono arrivata agli 84 il 18 luglio. Faremo una bella festa tutti insieme.
Quando Jacopo era piccolo, a Natale arrivavano regali da ogni parte…più i nostri.
Li posavamo tutti sul tavolone della sala da pranzo. Come il bimbo si svegliava lo si portava tenendolo in braccio davanti a tutto quello che aveva portato il Bambin Gesù. Ci si incantava a guardarlo.
Meraviglia, felicità, grida, risate. “Grazie Bambin Gesù…grazie!!!” gridava guardando verso il soffitto come fosse il cielo…poi seduto sul tappeto a scoprire e godersi i suoi giochi.
All’arrivo della torta con le candeline, non riuscivamo a convincerlo a soffiare per spegnerle.
“Lo devi fare! Soffia!!”
“Perché?”
“Perché cresci più in fretta! Soffia!”
Era un bimbo molto curioso e pensoso. Chiedeva sempre: e cosa vuol dire questo e perché no…Una volta sui 5 anni, stava appoggiato al davanzale del balcone su di una sedia con un filo in mano che agitava. “Che fai Jacopino?”
“Do da mangiare al vento…”
Ero un po’ preoccupata.
Mi diverto molto con le mie nipotine. Quando Mattea (la figlia di Jacopo) era piccola, sui sei anni e veniva a trovarci a Sala di Cesenatico a passare l’estate con noi, le preparavo una festa alla grande. Compravo al mercato di tutto…non che spendessi tanto. Nascondevo i regalini spargendoli nel giardino tra alberi e cespugli e via con il gioco del “freddo e caldo”: si girava di qua e di là…davo segnali dei nascondigli dicendo “fredddo… freddo… tiepidino caldino… caldo, caldissimo… oddio brucia!” Mattea infilava la manina nel cespuglio, trovava il pacchetto, si sedeva su prato e lo scartava mandando grida di gioia.
Una mia cara amica, Annamaria Annicelli aveva un grande negozio dove vendeva di tutto e mi regalò per Mattea un mare di Barbie con fidanzato Ken. Cartoncini con guardaroba completo: abiti per tutte le occasioni.
Come ogni estate per anni, arrivò la mia dolce bimba più bella che mai. Le sbatto un uovo con zucchero e cacao – la rusumàta si chiama a Milano – che le piace tanto. Se la mangia leccandosi i baffi.
“Vieni, andiamo a fare il gioco del caldo-freddo.”
Lancia un urlo di felicità.
Le avevo preparata una festa alla grande. E via che si parte: freddo… freddo… tiepidino… caldo… caldissimo! E dal cespuglio estrae una Barbie…poi un’altra…poi il fidanzato Ken, cartelle con abiti…ad un certo punto si lascia andare sull’erba sfinita: “E’ troppo nonna… è troppo!” Quando Jacopo, dopo tre mesi, veniva a prenderla era un momento triste per tutte e due. Ce ne stavamo abbracciate e silenziose in attesa della partenza. Saliva in macchina. La salutavo con la mano e mi scendevano le lacrime…pure lei piangeva. Cercavamo tutte e due di sorridere… ma si faceva fatica.
Una gran fatica.
Una volta, quando eravamo più giovani Dario ed io ci si faceva festa ai compleanni. Festa? Una festicciola…nulla di speciale. La torta, le candeline…dell’anno prima, qualche amica, amici…Ricordo invece un fantastico compleanno, il mio settantesimo a Sala di Cesenatico. Non mi aspettavo nulla di speciale. Invece…
Quella mattina mi svegliai un po’ tardi, Jacopo venne a prendermi in camera dicendomi che Dario aveva bisogno di me…Neanche la mattina del mio compleanno posso restare disoccupata…scendo le scale, esco in veranda, e lì mi trovo una folla con i musicisti che suonavano, clown e maschere e tanta gente, amici venuti da ogni parte, ci saranno state cento persone, tutti a cantare tanti auguri a te…Mi sono messa ad abbracciare tutti uno per uno…Erano veramente tanti, che a un certo punto mi sono dovuta sedere…Anche per l’emozione. Poi siamo andati a mangiare fuori, sul porto canale di Cesenatico, e anche lì c’erano parecchi amici che erano venuti a festeggiarmi. Ogni tanto mi stupisco di quanta gente mi voglia bene. È proprio una grande fortuna…
UNA STELLA SUL LETTO?!
Una volta mi piaceva guardare il cielo di notte. Specie in inverno. Sottozero il blu è più intenso. Lestelle spiccano come brillanti.
Preziose.
Ieri notte niente. Ce ne erano poche ma una ha attirato la mia attenzione era una stella senza luce, piatta come fosse di plastica opaca.
“Vieni qui” le ho detto… hai dei problemi? Ti vedo giù….” In un attimo eccola sul mio letto, senza nemmeno rompere i vetri della finestra.
La guardo incredula… non so come comportarmi…
UNA STELLA SUL LETTO?!
L’astro si rizza su una punta… prendendo colore lentamente.
Una luce iridescente illumina la mia stanza…ma non smargiassa di chi vuol strafare…appena appena per farsi notare.
“E’ così facile avere una stella vera in casa? Basta chiamarla?” penso. “E’ facile per forza… – mi risponde – sono te.”
“Sono una stella?” – dico senza meraviglia, anzi un po’seccata – mi stai prendendo per il sedere?” Avrei detto volentieri culo, ma non volevo darle confidenza.
“Dì pure culo cara, non mi scandalizzo…” e fa una risata a piena gola.
Una stella che dice culo e mi sghignazza dietro!
Ero scandalizzata! Non c’è più religione!
“Bigottona! Son qui per aiutarti… sono te, quindi la tua più grande amica. Sei giù di morale…hai pensieri fissi che ti fan dormire male. Perché vuoi ammazzarti?”
Mi manca il respiro. Un qualcosa mi sale lento dallo stomaco alla gola: un magone che mi soffoca.
“Lasciati andare… non trattenere le lacrime…ci sono io vicino a te…sono scesa apposta da lassù…tutta per te!”
Le lacrime non si fanno pregare, si rincorrono sulle mie guance una dopo l’altra. I singhiozziescono strazianti anche se in realtà non si sentono.
Allunga una punta, quella di sinistra e mi fa una carezza.
Ma dai…sto sognando…la stella sul letto in punta di stella che mi accarezza con la sinistra…una stella mancina…Mio dio…ha pure 5 punte!
Una stella delle Brigate Rosse!
“Non stai sognando…conosco la ragione della tua voglia di morire ma solo se ne parli, se svisceriamo il problema insieme, lo risolviamo. Parola di Stella!”
Respiro profondamente. Sto per dire qualcosa che mi costa.
“Sono tanto triste perché sono disoccupata. Ho perso il mio lavoro.”
“Come hai perso il tuo lavoro? Sei dalla mattina alla sera al computer…scrivi, scrivi, scrivi senza alzare nemmeno gli occhi.”
“Sì lo so, ma questo non è il mio lavoro. Sono nata il teatro, a 8 giorni ero già in scena…ho sempre recitato. Da 8 giorni a 81 anni… avevamo in scena “L’anomalo bicefalo” una satira su Berlusconi. Ci divertivamo un sacco! Ma eravamo nell’’83… quanti anni son passati?”
“Ti stai dimenticando di Mistero buffo,….L’avete fatto tanto…”
“Sì hai ragione…ma ora non si fa più nemmeno quello.
Poi uno spettacolo ogni morte di vescovo, che ne muoiono pochissimi.
Sono felice di aiutare Dario che è il MIO TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per la stampa, ma mi manca qualcosa… quel qualcosa che non mi fa amare più la vita.
È per questo che voglio morire.
Ma non so come fare.
Immersa nella vasca da bagno e tagliarmi le vene?
Poi penso allo spavento di chi mi trova in tutto quel rosso.
Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci sono gli alberi e finisce che mi rompo tutta senza morire: ingessata dalla testa ai piedi.
Avvelenarmi con sonniferi…ci ho già provato una volta…tre, quattro pastiglie e acqua… avanti così per un po’ e mi sono addormentata con la testa sul tavolo…
Insomma, morire è difficilissimo!
A parte che mi ferma anche il dolore che darei a Dario a Jacopo alla mia famiglia, Nora, Mattea, Jaele(la più bella della famiglia) e tutto il parentado…alle amiche, amici.
Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche… vestite di rosso che cantano “bella ciao”.
Che tristezza essere disoccupata. “Hai messo in scena molti spettacoli che hanno avuto gran successo ed eri sola – prosegue la Stella…Tutta casa letto e chiesa, Parliamo di DonneSesso? Grazie tanto per gradire, Legami pure che tanto spacco tutto lo stesso, Il funerale del padrone, Il pupazzo giapponese, Michele ‘Lu Lanzone e altri ancora che non mi ricordo… dovrei andare su internet ma non ne ho voglia.
Perché non ne rimetti uno in scena?”
Ma…sono abituata con Dario…
L’ho conosciuto in palcoscenico nel ’51… abbiam fatto tourné, avuto successo… anche troppo. Dopo anni di fermo abbiam debuttato per due soli spettacoli in settembre del 2012 con “Picasso desnudo”.
E adesssssso? Ci metto sei S per sottolinearti bene il concetto. Adesso nulla! Nessun programma futuro. Deglutisco per mandar giù il magone
Dovresti aiutarmi tu Stella, dammi la forza… la voglia.
“Che piagnona! – mi urla, mi hai proprio rotto i…No, non lo posso dire perché lassù si incaz…Mamma mia solo parolacce mi vengono…è perché sono scesa in terra…qui ci si sporca!
Potresti mettere in scena un testo da recitarti tutto da sola…hai un mare di materiale a disposizione. Li conosco tutti i tuoi monologhi mai rappresentati.”
“Ma smettila, conosci i miei monologhi….”
“Certo, sono te!”
“Ah sì…Hai ragione…Sì, potrei farlo…ma poi penso a Dario la sera sperduto davanti alla tv… che se ne va a letto senza chiudere né tapparelle, né porta. Lo sento che si gira e rigira tra le lenzuola pensandomi…preoccupandosi e…quindi sto qui, accanto a lui. Lo amo tantissimo…ma sono proprio triste… infelice…ciao me ne vado…”
“Ma dove vai? Ti vuoi nascondere a piangere? Piangi qui piccola…tra le mie braccia…”All’improvviso si ingrandisce a vista d’occhio si trasforma in una coperta di lana morbida lucente e mi avvolge tutta. Un brivido di piacere attraversa il mio corpo… mi sento via via rilassata e sulla bocca mi spunta un sorriso…il più dolce della mia vita
Caro Dario tutto quanto ho scritto è per dirti che se non torno in teatro muoio di malinconia. Un bacio grande…


martedì 28 maggio 2013

La (fu) ragazza impopolare

Adoro dire cose impopolari. 
Del tipo che non me ne frega una beata del fatto che sia morto Little Tony. 
Una beata.

venerdì 24 maggio 2013

Arrampicarsi (o arrancare)


"Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, esso passerà tutta la sua vita a credersi stupido".

A. Einstein


giovedì 23 maggio 2013

E dopo 18 anni di attesa...

... Ho venduto i miei biglietti per il concerto di domani sera, a Milano, dei Green Day.
Sono ufficialmente una vecchia ciabatta.

venerdì 17 maggio 2013

When I was just a little girl


Alcuni anni fa, vedevo l'età adulta come un traguardo.
Mi dicevo: "Quando sarò grande!" e per magia tutto passava. Il cuore si metteva in pace, le paure si assottigliavano, i dubbi e le incertezze si calmavano. 
Crescevo costruendo il mito dell'adulto "arrivato", quello che sa. Che sa molte cose, che non soffre più perché è grande e per questo non ha più emozioni.
Credevo nei robot.
Adulta lo sono diventata anch'io.
Lo sono diventata con le mie paure che, non sono più le stesse di allora, ma sono molte di più.
Soffro e lotto.
Mi arrendo. Ho paura. Combatto, Trovo la forza. Ho bisogno di certezze. Sicurezze. Ho bisogno di piangere. Ho bisogno di sentirmi dire che ce la farò.
Non respiro. Mi batte il cuore. Non dormo. Eppure sogno. Ho progetti e aspettative. Nuovi orizzonti e nuove dimensioni. Fallimenti. Rivincite.
Perché non insegniamo ai nostri figli che siamo semplicemente umani?
Perché non mostriamo loro che i nostri sentimenti sono vivi, forti, violentemente destabilizzanti?
Perché abbiamo paura di deluderli con le nostre insicurezze e incertezze, preferendo mostrarci ai loro occhi per ciò che non siamo?
Nella paura di non meritare il loro amore e la loro ammirazione, rischiamo ogni giorno di creare un esercito di adulti infelici. 
Come me. Come te.

A piccoli passi



A breve tradurrò il mio primo libro. Questo qui.
Se te lo stai chiedendo la risposta è sì: mi sto facendo la cacca addosso.

mercoledì 15 maggio 2013

Genio e follia




"Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri" 
ARTHUR SCHOPENHAUER

Nascere con 4,5 grammi di alcool nel sangue

POLONIA CENTRALE: la polizia di Tomaszow Mazowiecki ha reso noto oggi che una donna di 24 anni, in stato di ubriachezza, ha messo al mondo un bambino nel cui sangue erano presenti 4,5 grammi di alcool. Secondo quanto dichiarato dalle forze dell'ordine, le condizioni del neonato sono critiche.
Il parto è avvenuto tramite taglio cesareo presso l'ospedale cittadino, dove la donna era stata trasportata d'urgenza in seguito alla perdita di conoscenza all'interno di un negozio di bevande alcoliche. Nel sangue erano presenti 2,6 grammi di alcool.
Il caso è adesso in mano alla Procura di competenza: per aver messo in pericolo la vita del proprio bambino, la donna rischia fino a cinque anni di carcere e la perdita della potestà genitoriale.

Articolo tratto da Le Figaro.fr



martedì 14 maggio 2013

Bisogna solo smettere di avere paura

Leggendo questo articolo de La 27esima ora del Corriere della Sera, ho iniziato a scrivere nella mia mente una lunga lista di "perché".
La ragazza in questione è stata massacrata di botte dal fidanzato, padre del suo bambino, nonostante la madre l'avesse già più volte implorata di lasciarlo dopo i precedenti episodi di violenza.
Lui è un mostro, sì. Un uomo di ventisette anni mentalmente deviato. Deviato nel profondo e incapace di comunicare il proprio stato, se non con le botte. Non sapendo dare un nome alla sua rabbia, la mette in pratica.
Mi chiedo quale inferno ci sia nella sua testa. Quale mondo oscuro lo tenga intrappolato dentro se stesso.
Eppure Rosaria, a soli vent'anni, non è così diversa da lui.
Vittima e carnefice di se stessa.
Avvolta in un'oscurità dalla quale non è riuscita a uscire.
Intrappolata in un inferno dal quale non ha voluto uscire.
Lei, che in questo preciso momento è il nome e il bellissimo volto di tutte le donne che ogni giorno, in ogni parte del mondo, subiscono violenze atroci dagli uomini della loro vita, e tacciono rendendosi carnefici a loro volta.
Perché?
Rosaria quella sera tremenda è tornata a casa e si è messa a letto tra mille sofferenze.
E' stata la madre, la donna più importante della sua vita, così come della vita di tutti noi, che l'ha costretta ad andare in ospedale, parlare e farsi curare.
Nel dramma è stata lei e lei soltanto, con il suo amore di madre, a sfondare la porta dell'inferno in cui quella figlia bellissima, madre a sua volta, si è rinchiusa fino a rischiare la vita.
Perché?
Perché Rosaria è arrivata fino a questo punto?
Perché noi donne a un certo punto della nostra vita, a qualsiasi livello, ci rinchiudiamo in una realtà che ci fa soffrire e ne diventiamo schiave?
Avremmo in tasca la chiave che ci da la libertà, eppure fingiamo di averla persa.
Non abbiamo la forza di dire no.
Ci sentiamo talmente deboli di fronte alla vita, che preferiamo vivere nel dolore piuttosto che affrontarla.
Pensiamo di non essere all'altezza. Di non meritarci la libertà. Ogni tipo di libertà.
Rosaria probabilmente non credeva di meritarsi di vivere la sua stessa vita.
Pensava che la sua vita fosse il suo uomo, illudendosi di amarlo e avendo paura di perderlo.
Ma come puoi amare una persona così? Come puoi pensare alla parola amore se ciò che ricevi è questo?
Ci sono realtà che sono come dei tumori maligni che lentamente ti consumano, ti mangiano le viscere e non avanzano nulla. Ti portano via la vita.
La vita è il sole che a volte è accecante, altre volte ti toglie il respiro. Altre ancora non lo sopporti.
Puoi cercare rifugio, per respirare un attimo. Ma non si può scappare dal sole.
Il sole ti trova sempre e ti illumina, ti scalda.
Ti fa sentire vivo. Ti protegge.
Bisogna solo smettere di avere paura.

domenica 12 maggio 2013

L'ultimo Abbraccio - The Final Embrace


Dopo il terribile crollo dell'edificio che ospitava una maglieria, nella periferia di Dhaka, Bangladesh, sono state scattate numerose fotografie di forte impatto emotivo, ma quella del fotografo locale Taslima Akhter è la più straziante, perché l'unica in grado di racchiudere in sé la rabbia e il dolore di un'intera nazione.
Shahidul Alam, fotografo del Bangladesh, scrittore e fondatore del  Pathshala, the South Asian Institute of Photography (Ndr: Istituto di fotografia dell'Asia meridionale), commenta così: 

"L' immagine, per quanto sconvolgente sia, è di una bellezza che non si dimentica. Da questo abbraccio nella morte, emerge una tenerezza che va oltre le macerie per toccarci nel profondo. Diventa nostra e si rifiuta di andarsene. Tornerà nei nostri sogni per tormentarli e in silenzio ci dirà: "Mai più"."

Akter scrive di questa fotografia nel LightBox di Time International di questa settimana, accanto a un saggio di David von Drehle:

"Mi hanno fatto molte domande a proposito della coppia trovata abbracciata dopo il crollo. Ho provato e riprovato, ma ancora non sono riuscito a trovare alcun indizio che li riguardi. Non so chi fossero e quale rapporto avessero. Quel giorno lo passai interamente sul luogo del crollo, guardando come i feriti, tutti lavoratori tessili, venivano messi in salvo dalle macerie. Ricordo il terrore negli occhi dei parenti. Ero esausto, mentalmente e fisicamente. Poi, intorno alle 14, ho trovato questa coppia abbracciata. Tra le macerie. La parte inferiore dei loro corpi sepolta nel cemento. Come lacrime, il sangue scorreva dagli occhi dell'uomo. Vedendoli, non potei credere ai miei occhi. Era come se li conoscessi, come se ci fosse un legame tra noi. Li stavo guardando negli ultimi istanti della loro vita mentre, abbracciati, cercavano di salvarsi. Di salvare la vita che amavano. 
Ogni volta che riguardo questa fotografia mi sento profondamente triste. Essa mi ossessiona. E' come se quelle persone mi stessero dicendo:

"Non siamo un numero. Non siamo solo manodopera a basso costo, vite a basso costo. Siamo esseri umani, come te. La nostra vita è preziosa quanto la tua. Anche i nostri sogni lo sono"

In questa storia terribile, queste persone sono testimonianza della strage di operai. Il numero delle vittime oggi supera 750 (Ndr dati relativi al 08/05/13). Ci troviamo in una situazione in cui gli esseri umani sono trattati come numeri.
Questa fotografia è un chiodo fisso. Se i responsabili di ciò che è accaduto non verranno puniti con il massimo della pena, questo tipo di tragedie continueranno ad accadere. 
Non ci si riprende da un orrore simile. Il dolore e la pressione provati nelle ultime due settimane passate in mezzo ai cadaveri, sono stati tremendi. Come testimone di questa tragedia, sento l'urgenza di condividere questo dolore con tutti. Ecco perché voglio che questa fotografia venga mostrata".

articolo tradotto da Time del 08/05/2013

venerdì 3 maggio 2013

Respiro

"Come se non ci fosse una fine. Come se l'intera mia esistenza si riducesse a un attimo di respiro tra un bombardamento e l'altro"

mercoledì 1 maggio 2013

May Day


"[...]E il Bianchini interrogò subito il figliuolo sugli avvenimenti del giorno innanzi, scherzando, parato a una scrollata di spalle di lui, che viveva tutto nella letteratura, e d'ogni altro argomento non si curava. […]
— Credevo che il mondo fosse la bellezza, la scienza, la politica, e tutta la gente fortunata che s'occupa di queste cose: e non vedevo altro: ora vedo che il mondo è la moltitudine quasi relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve presso che nulla, che suda sopra la terra, e sotto la terra, e si logora nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia, senza cavarne altro frutto che di non morire di fame; che per miseria è costretta a vendere la carne e l'anima, l'onestà delle donne, il sangue dei fanciulli, e per miseria minaccia, ruba, si dispera, impazzisce, uccide, s'uccide, fa del mondo un inferno; mentre un piccolo numero, in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà, e trova che è bella la vita. Ma io mi son persuaso che a tutto questo c'è rimedio, come altri milioni d'uomini se ne son persuasi. Questa convinzione m'è entrata nell'animo come un raggio di sole. Sarà un errore: il rimedio non sarà quello, saranno altri. Comunque sia, la prima cosa a farsi per guarire un male, per sopprimere un'ingiustizia, è quella di riconoscerla, è di proclamare il buon diritto di chi si lamenta. Non posso far altro; faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi, degli sfruttati, dei miserabili, — rifiuto la complicità del mio silenzio — all'oppressione — e protesto".

 -- Edmondo De Amicis, Primo Maggio